Raccolta di idee dei nostri ragazzi durante il periodo di sospensione scolastica e didattica a distanza …

ARTE

Vorrei raccontare l’esperienza che ho avuto con i ragazzi di prima media per quanto riguarda la didattica a distanza (DAD). Ho proposto loro un compito di realtà, prendendo spunto da una proposta del Getty Musuem di Los Angeles ho lanciato loro una sfida fotografica chiamata #photochallenge. Dovevano ricercare nel libro di arte o nel web, un’opera d’arte che a loro piaceva e ricrearla con i mezzi a disposizione. I lavori svolti sono molto interessanti. Qui alcune immagini, solo per rendere l’idea dello splendido lavoro effettuato dai ragazzi: BRAVI TUTTI!
prof. Lara Bonanni

MICHELANGELO, LA PIETA’ – KARIM CAPRIATI – 1A
CHARLES BURTON BARBER, COLAZIONE A LETTO – FLAVIO BENEDETTI – 1A
JACQUES-L. DAVID, LA MORTE DI MARAT –ARIANNA RONDINELLA – 1B
ANNIBALE CARRACCI, IL MANGIAFAGIOLI – EDOARDO PRUITI – 1B
LEONARDO DA VINCI, LA DAMA CON L’ERMELLINO –BENEDETTA LO PRESTI -1B
LUOIS-MICHEL VAN LOO, DENIS DIDEROT – DAMIANO CACCIOTTTI – 1B

ITALIANO – Padlet

ITALIANO – Cartellone

ITALIANO – Tema

Andrà tutto bene di Federica Iorio – 5LSc

Chi avrebbe mai pensato che per salvare il mondo, nel 2020, sarebbe bastato così poco? E soprattutto chi avrebbe mai pensato che, nel 2020, a mettere in crisi l’intero mondo sarebbe stato un piccolo parassita di poche centinaia di nanometri? Quello che ci viene chiesto, ormai da più di un mese, è infatti rimanere in casa ed evitare di uscire se non in caso di necessità, per evitare contatti con altre persone. Circa 80 anni fa, anche ai nostri nonni era stato chiesto di salvare il mondo. In modo diverso però. Loro andarono in guerra. Combatterono contro i “nemici”, nei campi di battaglia. Ora, la situazione è un po’ differente. I veri soldati non sono coloro che indossano una divisa militare e tengono in mano un fucile o un’altra arma. I soldati del 2020, sono i cosiddetti camici bianchi, se si possono ancora definire così. Sono diventati ormai irriconoscibili. Indossano grandi e pesanti tute, una mascherina FFP3 (talvolta coperta da un’altra mascherina chirurgica), un paio di occhiali, un’ulteriore protezione per il volto e i guanti. Assomigliano più ad astronauti, come alcuni medici si sono definiti, che a medici. Sembra infatti che questo virus provenga da un altro pianeta. Quasi un alieno, un parassita mai visto prima. Così piccolo, praticamente invisibile, ma dotato di una sconvolgente forza distruttiva. I medici lavorano, anzi combattono, giorno e notte, 24h su 24h, instancabilmente contro questo piccolo grande nemico, nonostante le condizioni in cui si trovano non siano sempre a loro favore.  Il coronavirus ha stravolto la vita di tutti, a partire da quella dei medici, infermieri e volontari che sono in prima linea a salvare la vita delle persone in difficoltà, fino ad arrivare alla nostra. Siamo stati tutti colpiti. In un modo o nell’altro. Chi più chi meno.  Questo piccolo virus ci ha privati della nostra libertà. La libertà di uscire, di andare al ristorante, di vedere gli amici, di andare a scuola, di andare al lavoro. Di essere noi stessi. Ci ha privato della nostra identità. Non siamo più la stessa persona di 43 giorni fa. La nostra vita, le nostre abitudini sono cambiate radicalmente. La quotidianità e la normalità, a cui eravamo abituati, non esistono più. Ci sono state tolte. Abbiamo cominciato una nuova vita, completamente diversa e con nuove regole da rispettare. Stare a casa. Uscire solo in caso di necessità e indossare sempre una mascherina. Fare la spesa, buttare l’immondizia o fare una passeggiata con il nostro cane sono le uniche tre attività consentite. Durante la giornata non aspettiamo altro che una di queste tre occasioni per poter uscire. Per poter respirare. Per potere tornare a vivere veramente. Attimi di libertà, di aria fresca a cui non siamo più abituati. Sono tre semplici attività che probabilmente prima della quarantena tutti disprezzavamo. O meglio che consideravamo in modo diverso. Infatti, avremmo sicuramente preferito che qualcun altro della famiglia portasse a spasso il cane o che andasse a buttare l’immondizia. Ora, invece, ogni giorno è una lotta per decidere il fortunato che uscirà.  Almeno, questo è quello che succede a casa mia. La nostra vita è cambiata.  Il virus ha imposto restrizioni anche riguardo il contatto fisico. Ognuno di noi deve mantenere almeno un metro di distanza dall’altro. Mi vengono in mente di nuovo i medici e tutti coloro che giornalmente curano i malati di virus e in particolare, le misure di sicurezza che sono stati obbligati a seguire.  La mia mamma è un medico e, quasi ogni giorno, è a contatto con pazienti positivi al coronavirus.  Anche la mia famiglia ha dovuto, così, prendere delle precauzioni. Ad esempio, da quando è cominciata l’emergenza, mamma ha i suoi asciugamani, diversi dai nostri e usiamo bagni diversi. Da quando è scoppiata l’emergenza, stiamo cercando di rispettare il metro di distanza e di non starle troppo vicino. Da quando è scoppiata l’emergenza, non abbracciamo né baciamo più nostra mamma. Questo virus ci ha privati di gesti comuni, che fanno parte di noi, della nostra natura come esseri umani. Il virus ci ha quasi disumanizzati. Siamo stati privati di tutte quelle abitudini e azioni che, in quanto persone, sono sempre state alla base della nostra vita. Costituiscono la nostra vita e abbiamo sempre considerato un diritto. E forse, proprio per questo le abbiamo sempre date per scontate. Ripenso infatti alla me di qualche anno fa, ma anche solo alla me di due mesi fa. Uscivo, mi vedevo con gli amici nei ristoranti, nei parchi, andavo a scuola, abbracciavo e baciavo la mia famiglia e amici. Tutto questo senza mai riflettere e pensare a quanto fossi fortunata. Tutte azioni, che ormai erano diventate quasi abitudini, routine, a cui nemmeno facevo più tanto caso. Era tutto normale. Chi avrebbe mai pensato infatti che, dopo qualche giorno, poter fare la spesa sarebbe diventato un privilegio? Questo virus ci ha stravolto la vita. Sicuramente in modo negativo. Questo però non ci deve fermare dall’essere ottimisti. Pensare che Andrà tutto bene, frase ormai sentita e risentita in questi giorni, è lo spirito giusto per affrontare al meglio la situazione che stiamo vivendo. Non dobbiamo fermarci difronte a questa difficoltà. Non dobbiamo farci fermare da chi, già in partenza, era pessimista, rassegnato e pronto a una perdita.  Abbiamo riscoperto quanto sia bello essere italiani e quanto in situazioni del genere, possiamo essere un popolo solidale e unito. In effetti, nonostante il virus ci abbia relegati in casa, privato di ogni contatto a eccezione della nostra famiglia e isolato da tutto e da tutti, questa quarantena sta avendo l’effetto opposto. Ne sono una prova le varie iniziative che sono nate, come darsi l’appuntamento alle 18:00 per cantare a squarciagola, dal proprio balcone, tutti insieme alcune canzoni tipiche della tradizione e cultura italiana.  Per sentirci meno soli. Per far capire che, nonostante la situazione, siamo isolati solo fisicamente. Ma emotivamente siamo molto uniti. Forse anche più di prima. È come se difronte a questa emergenza mondiale, ognuno abbia accantonato i propri piccoli problemi, per concentrarsi su questo problema molto più grande e universale, che riguarda tutti. Ognuno di noi sta anteponendo il bene comune ai propri interessi personali. Stiamo lavorando tutti insieme per sconfiggere questo nemico comune. Proprio questo è l’ottimismo. Quella forza ed energia vitale presente in ognuno di noi. Tenere la testa alta quando sembra che tutto fallisca come afferma D. Bonhoeffer. Questo non vuol dire non avere paura. Non si può essere sempre impavidi. La paura è un sentimento che fa parte di noi. Ma proprio questa deve essere il nostro trampolino di lancio per far esplodere l’energia vitale e la speranza che è dentro ognuno di noi. Tutta questa situazione mi fa riflettere molto. Come mai è stata necessaria una pandemia globale per essere tutti meno egoisti, più altruisti e soprattutto uniti?  Quando improvvisamente, tutte le nostre certezze crollano e tutte le cose che consideravamo nostre e garantite, non lo sono più, la nostra vita cambia. La privazione di queste libertà ha modificato la società. Sembra quasi essersi appiattita. Siamo tutti nella stessa situazione. Politici, capi di stato, nobili, contadini, bambini, anziani. Tutti uguali. È proprio in questa fragilità comune che emerge l’unità. Si riscopre quell’umanità, che sembrava esserci stata tolta dal virus, ma che in realtà si presenta solo in una forma diversa: la solidarietà. Prima della pandemia ognuno di noi viveva nella propria bolla, una vita apparentemente perfetta in cui tutto era scontato. Tutto ciò che avevamo era un diritto, non un privilegio. Non ci rendevamo conto di quanto fossimo fortunati. Le piccole cose, a cui non facevamo nemmeno caso, si sono rivelate le più importanti. Come appunto un abbraccio della propria mamma. Quante volte lo abbiamo evitato, pensando tanto la posso abbracciare quando voglio! E invece questa situazione ci ha dimostrato il contrario. Forse è la Provvidenza Divina di Manzoni o la Fortuna di Boccaccio o semplicemente il destino, come dicono tutti, che ha preso le sembianze del coronavirus e si è inserito come grande ostacolo nella nostra vita, per farci apprezzare tutto ciò che abbiamo sempre avuto e per questo, talvolta, sottovalutato. Il virus ci ha fatto aprire gli occhi. Ci ha fatto capire quali sono i veri valori della vita. Quelli che dovremmo maggiormente approfondire e coltivare.  È proprio quando ci manca qualcosa che ne comprendiamo l’importanza. Mai avrei pensato, a 18 anni, di essere protagonista di una tale situazione. Mai avrei pensato di vivere una pandemia globale. Questo dimostra proprio come nella vita non si possono avere certezze. Tutto può cambiare da un momento all’altro. Inaspettatamente.  Il 4 marzo è stato l’ultimo giorno di scuola. Infatti dal giorno seguente è iniziata la quarantena ufficiale in tutta l’Italia. Per molti studenti è stato un ultimo giorno di scuola normale, ma per noi maturandi è stato l’ultimo giorno di scuola. Il fatidico ultimo giorno di scuola che, sin dal primo giorno del primo anno di liceo tutti si immaginano. Il mio ultimo giorno di scuola è stato completamente diverso da come lo avevo immaginato. L’ultimo giorno di scuola lo avevo sognato in classe, con i miei compagni. Immaginavo di fare il conto alla rovescia dell’ultima campanella di scuola della nostra vita. Immaginavo di urlare, di ridere, di piangere con i miei compagni. Immaginavo di mettere la canzone What time is it? di High School Musical e di ballare come una matta insieme a Giulia.  L’ultimo giorno di scuola della mia vita non è andato come lo avevo sognato. Non pensavo nemmeno sarebbe stato l’ultimo. È stato un giorno normalissimo di scuola, che ho vissuto come tutti gli altri, tra ansie e preoccupazioni di interrogazioni e verifiche. Posso dire quindi di non avere avuto un ufficiale ultimo giorno di scuola e mi dispiace. Se tornassi indietro lo vivrei in modo assolutamente diverso. Purtroppo però come si dice, non si può tornare indietro e cambiare il passato, si può solo imparare dai propri errori e migliorare il futuro. Questa situazione mi ha insegnato proprio questo: nulla è scontato, niente è garantito. Ho imparato a vivere al massimo. Vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, perché non si sa mai cosa potrà succedere un attimo dopo. Ho capito che un abbraccio della mamma non lo eviterò più, anzi lo cercherò.   Non vedo l’ora che la quarantena finisca per poter tornare alla mia nuova vita normale, riabbracciare i miei famigliari e i miei amici, e poter finalmente dire: Caro coronavirus, sei stato un nemico molto forte e difficile da sconfiggere, anche più del previsto. Ma proprio secondo il tuo obiettivo, abbiamo combattuto e lottato tutti insieme, uniti. Non ci siamo fatti scoraggiare dalle prime perdite. E ce l’abbiamo fatta. Ne siamo usciti più forti di prima. Quindi, grazie coronavirus. Grazie per averci stravolto la vita.