PROGETTO GONDWANA: Incontro con i rifugiati

21.10.19 INCONTRO CON I RIFUGIATI_

TESTIMONIANZA GLORIA

Durante il mio servizio con famiglie vittime di conflitto armato in America Latina una delle consuete riflessioni che facevo era come avrei potuto trasmettere questa realtà così diversa al lato di mondo da cui io provenivo. Trasmettere l’assurdità per cui solo rispetto l’emisfero in cui si nasce la realtà si capovolge e assume nuove priorità e significati. E per farlo, partire dalle scuole per me era una sfida e una scommessa.

L’idea dei laboratori è nata in Ecuador, per comunicare una realtà, un’emozione, un vissuto a chi disconosceva completamente cosa vivessero i rifugiati che scappavano dal conflitto colombiano e cercavano asilo in quelle terre, in un parallelismo molto simile a quello che esiste qui in Italia con i migranti che, se sopravvivono al viaggio, attraccano sulle nostre coste.

Sono una ragazza che fa parte di un popolo, di una generazione privilegiata che non è stata mai coinvolta nella guerra, se non attraverso gli occhi degli altri, le loro storie e il dolore per la morte di chi è stato ingiustamente ucciso a cui volevo un bene enorme. Alcune cose ti segnano per sempre, anche se tu non ne sei il protagonista e riportare la realtà di un mondo a quella di un altro spesso sembra un’impresa impossibile, tuttavia necessaria. Due realtà così lontane, di cui spesso le persone sono l’unico ponte per attraversarle.

Credo che i giovani rappresentino davvero la speranza di riportare una buona dose di umanità a questo mondo così meccanico, dove tutto è ricondotto a numeri e calcoli. E credo sia giusto approcciarsi a loro come noi vorremmo che ci insegnassero le cose, cioè coinvolgendoci. Spesso non c’è modo migliore per imparare se non attraverso l’esperienza diretta; vivere le cose sulla propria pelle, perché quando il dolore è degli altri, pesa sempre la metà del nostro.

Era la prima volta che sperimentavo degli incontri sui diritti umani con questa metodologia in una scuola italiana e, l’emozione di poterlo fare nella mia lingua, per la mia gente, nel mio territorio, era davvero tanta, soprattutto per l’incognita più grande: la reazione degli studenti. Il primo giorno che ho messo piede nelle aule della scuola S. Giuseppe del Caburlotto, come per l’ingresso in qualunque gruppo nuovo di persone, risalta subito chi ha un atteggiamento propositivo o curioso, chi quello di sfida, chi parte prevenuto o chi ti prende per l’idealista di turno. Per me difendere i diritti umani non è buonismo, ma un credo fondamentale che spero di essere riuscita a trasmettere. Un’utopia da raggiungere, che come diceva qualcuno, sono lontane per farci camminare.

Sicuramente, uno dei risultati più belli di questi incontri è stato vedere un cambio nell’atteggiamento di alcuni studenti: tra di loro, durante l’incontro e verso di me o i ragazzi che mi hanno accompagnato, per i quali sentivo una grandissima responsabilità esponendo le loro vite alla mercé di sconosciuti. Spesso la postura, lo sguardo, le espressioni del viso, insomma il linguaggio del corpo, comunicano più di mille parole.

Il primo giorno ho avuto la conferma di aver conquistato in parte la loro fiducia e seminato in loro interesse e curiosità verso quello che avremmo affrontato negli incontri successivi. La storia sui libri diventa noiosa se si pensa che è solo un racconto, ma quando la storia ce la racconta chi l’ha vissuta sulla propria pelle, questa rimane impressa e diventa indelebile. Durante il secondo incontro le sedie erano già in cerchio, unica forma in cui nessuno resta escluso.  I ragazzi che hanno raccontano il loro frammento di vita in un religioso silenzio hanno in-segnato (dal latino, lasciare il segno) più di un seminario accademico. Gli studenti sono stati testimoni dei loro ricordi e del loro dolore che, quando si ricevono in regalo si è obbligati a custodirli per sempre e tutti li hanno accolti con grande rispetto e compassione.

Durante la terza giornata, è avvenuto un piccolo miracolo. La dinamica di simulazione, grazie a un atto di estrema fiducia, ha permesso a molti di loro di mettersi nei panni di un migrante africano che sfuggiva da un caso di persecuzione e affrontava prima il viaggio e poi l’iter burocratico in Europa. Molti degli studenti hanno capito per un piccolo, piccolissimo frammento della loro vita cosa si prova a stare dalla parte del diverso, dell’emarginato, del perseguitato. A salvarli, nel gioco, c’era invece un rifugiato che quello che gli studenti hanno interpretato lo ha vissuto per davvero e che, quando mi ha dettato la sua testimonianza sull’esperienza, mi ha ringraziato infinite volte perché finalmente è riuscito a processare tutto quel dolore e liberarsene, regalandolo agli altri. Le emozioni emerse alla fine sono state molteplici: paura, dolore, incredulità, solitudine, frustrazione. Emozioni che se custodite e trasformate in energie positive possono agire per un cambio importante nella nostra società.

Prima di essere bravi studenti e professionisti in futuro, dovremmo formarci come esseri umani. Questa è la responsabilità più grande che compete le scuole. Ringrazio quindi tutte le persone che hanno permesso questo piccolo/grande miracolo. Le responsabili della scuola per avermi aperto la porta “a scatola chiusa”, le persone che mi hanno accompagnato per essersi affidate a me e gli studenti per aver avuto fiducia, rispetto, curiosità e soprattutto, grande sensibilità dimostrando che la fiammella che esiste in loro, se alimentata, può diventare in futuro un potentissimo fuoco.

 

TESTIMONIANZA MAJD (Siria)

Grazie per la vostra disponibilità, accoglienza e per aver condiviso del vostro tempo con noi sentendo le nostre storie ed entrando in una nuova realtà, e pure aver avuto fiducia in noi quando avete fatto l’esperienza nel gommone.

È stato tutto bello vi ringrazio tanto e spero di rivedervi presto! Majd Afisa

 

TESTIMONIANZA MAKAN (Mali)

Quando Gloria mi ha chiesto “come sei arrivato qui?” ho pensato “ma questa che vuole oh?”. Quasi mi veniva da ridere. Per me il senso di questo è fiducia, solo fiducia. Io prima quando sono arrivato nemmeno ci parlavo con i bianchi. Non parlavo con nessuno. Camminavo sempre da solo. Stavo camminando con un dolore grande e raccontare alle persone è difficile. Io piango solo dentro, fuori non sono in grado. Io non parlo del mio passato con nessuno, però con loro mi sono liberato. È stato difficile. Tanto dolore. Per me è stato bello aprirmi con loro, mi sono fidato, aperto. Non credevo. Sono rimasto tre giorni perso, senza parole, ma mi sono liberato dal male del passato. Raccontare il tuo dolore mi ha fatto pensare che è una cosa molto bella. Ho raccontato a tutti i miei compagni di casa, ho mostrato le foto, tutti sono rimasti molto contenti.

Non avevo mai avuto occasione di conoscere giovani come me che potessero capire la mia difficoltà.

Alcuni pregiudizi che avevo anche io sugli italiani sono andati via. Quando sono arrivato qui avevo paura del colore delle persone, ora sono libero. Come liberarsi di un muro. Voglio raccontare quello che è successo nel mio viaggio anche a mia madre. Ho pace nel mio cuore e penso solo al futuro migliore, sono contento. Io lo so che sono coraggioso e forte, ma sentirtelo dire da un’altra persona è diverso. I loro consigli mi hanno dato coraggio. Mi hanno detto che posso vivere ancora. Grazie a tutti.